Sabato 19 Ottobre 2019
  • Le torri di credazzo

    Mercoledì 25 Marzo 2015, 16:07

    Introduzione
    Il nome di Credazzo (da creda, ovvero creta, argilla) si deve alla caratteristica terra argillosa. Struttura difensiva con tanto di curtis, ovvero di centro organizzativo e gestionale del territorio, era circondato da abitazioni in legno che costituivano l'abitato della Villa Credacii e dalla chiesa di San Lorenzo.
    Il castello si articolava in tre torri congiunte da una muraglia, sulla quale era possibile il passaggio delle sentinelle e che coniugava esigenze abitative e difensive.

    Cenni storici
    Ad occidente verso Col San Martino, intorno alla borgata omonina, si estendeva il feudo di Credazzo. Costituiva uno dei punti strategici dell'agguerrito sistema difensivo che caratterizzava tutta la fascia collinare. Forse la sua origine va ricercata al tempo delle invasioni degli Ungari intorno al IX-X secolo. È verosimile che i costruttori del castello di Credazzo, come di altri della zona, siano stati i Collalto, cioè i Conti di Treviso. Lo insinua il diploma del 980 dell'imperatore Ottone II che conferma in favore dei Collalto tutte le proprietà avite con l'aggiunta di nuove donazioni tra cui gran parte del territorio compreso tra il fiume Soligo e Raboso.

    Il nome di Credazzo appare per la prima volta in un documento del 1233, ma in quel periodo le sue origini sono ormai lontane e la sua struttura si è già da tempo consolidata. In quell'anno il castello, già da lungo tempo in possesso ai Caminesi, forma ormai una vera Curia con tutto l'abitato che gli sta intorno, la Villa Credacii. Esso si presenta quindi, osserva il Faldon, come il chiaro punto di riferimento di un notevole complesso feudale di beni, diritti, rapporti, consuetudim; con personale dipendente, la masnada, servi e vassalli che lavorano e custodiscono il patrimonio del signore, ricevendo da lui sostentamento ed in qualche modo sicurezza e protezione.

    Il castello si articolava in tre torri disposte nel senso nord-sud e congiunte da mura robuste sulle quali era possibile il passaggio delle sentinelle e della servitù. Esso corrispondeva quindi ad esigenze di signorile abitazione e di valida difesa: castrum et fortilicia. All' interno delle mura si trovavano certamente anche costruzioni in legno: esse servivano da abitazione per i servi legati con vincolo e rapporto personale al signore e costretti, in caso di urgenza, a combattere per lui. I confini del colle, sul quale si ergerva il castello e che costituivano le sue pertinenze, erano indicati nei documenti nel modo seguente: ad est il Riulus de Credacio (la Rui); a sud la curtina de Credacio, forse il poco terreno recintale della chiesa di Credazzo col suo cimitero, ed ancora la terra di Pinzolo, un proprietario del luogo; a nord il Col Moro. Intorno al castello, umili e sparsi casolari formavano l'abitato rustico della Villa Credacii e la gente si radunava per le pratiche religiose nella chiesetta di S. Lorenzo, officiata da un rettore, con il cimitero che la circondava forse da due lati.

    Dal 1233 è possibile seguire le vicende del castello e dei suoi signori. Nel 1243 vedeva la luce a Credazzo Guecellone VI da Camino, figlio di Tolberto II dei Caminesi di sotto simpatizzante di Ezzelino da Romano. Guecellone morì giovanissimo a Treviso nel 1272. Figlio di costui fu quel Tolberto II che prese come sposa Gaia, la figlia del «buon Gherardo», ricordata da Dante (Purg. XVI). Alla morte di Gaia, Tolberto sposò in seconde nozze Samaritana Malatesta da Rimini dalla quale ebbe Beatrice e Biaquino. Sua figlia Chiara nel frattempo era andata sposa a Rambaldo VIII di Collalto, già vedovo di Costanza Guidotti. Nel 1321, qualche anno dopo la scomparsa di Tolberto, il castello di Credazzo venne messo all'asta dai tutori del giovane Biaquino. Lo comperò Rambaldo VIII di Collalto per lire 13.560 dei piccoli; così furono saldati i debiti che il fratellastro Biaquino aveva, per ragioni di eredità, con Chiara la seconda moglie di Rambaldo. Questo fu il motivo per cui le torri di Credazzo sfuggirono dalle mani dei Caminesi e passarono in quelle della famiglia Collalto.

    Rambaldo morto nel 1324, non godette a lungo il possesso del castello che rimase comunque ai Collalto fino alla sua distruzione. Questa avvenne agli inizi del 1400 e fu segnata dagli Ungheri. Sollecitato infatti da Marsilio da Carrara e da Brunoro della Scala, l'imperatore Sigismondo re d'Ungheria, mandò una spedizione contro Venezia. Un esercito era guidato da un fiorentino, l'avventuriero Pippo degli Scolari, più noto come Pippo Spano, che, occupato il Friuli, puntò sulle terre oltre il Livenza. Nel 1413 fu per lui la volta buona per distruggere i castelli di Rai e Credazzo di proprietà dei Collalto, già da tempo legati alla Serenissima. Sui ruderi delle torri di Credazzo la famiglia Collalto non ebbe più alcun interesse a riedificare un castello che sarebbe forse servito più che altro a ricordare la potenza e la gloria dei Caminesi.

    Nel nostro secolo esso fu acquistato dalla famiglia Biscaro Mario di via Credazzo intorno agli anni '40; passò quindi all'architetto trevigiano Giovanni Barbin che lo ristrutturò negli anni '70.

    Nel secolo scorso il letterato solighese Quirico Viviani mise in versi una leggenda pastorale e drammatica ambientata nel castello di Credazzo:
    Agnesina, pastorella del luogo, viene rapita all'amato Giacinto da Guecellone, signore di Credazzo. Giacinto, disperato, si reca di notte sotto le mura della torre in cui Agnesina è tenuta prigioniera. L'amata lo scorge e gli si getta dall'alto tra le braccia. I due rotolano abbracciati lungo la china scoscesa: divisi dalla vita si ritrovano uniti nella morte di cui l'amore è più forte.

    Approfondimenti
    Si tratta dei resti del complesso Castello di Credazzo (da credaz = creta, forse riferito alla struttura terrosa delle colline circostanti) feudo dei Collalto a partire dal X secolo ed ampliato nel XIII secolo, sicuramente riedificato sulle rovine di strutture ben più antiche, forse anche romane (nei pressi di Farra passava la strada militare romana Claudia Augusta Altinate), distrutte più volte dalle furie barbariche di Longobardi, Unni ed Ungari. Farra è un toponimo tipicamente Longobardo che indicava una tribù parentale, nucleo base dell'organizzazione sociale.
    Un restauro conservativo (e in parte riedificativo) è stato effettuato una trentina d'anni fa, tuttavia il castello non è aperto e non sono possibili visite all'interno, e difficoltoso risulta pure l'avvicinamento al portone d'ingresso attraverso un percorso tra i filari di vigne.
    Si tratta di un 'mastio' a nord, di una 'casa torre' e di una interessante 'torre scudata a sperone' rivolta a sud, a dominare la vasta pianura del Quartier del Piave, unite da una cinta muraria che racchiude due cortili interni.
    La sua storia è avvincente e articolata e lo vede legato alle peripezie delle importanti famiglie dei Caminesi e dei Collalto, entrambe dominatrici anche in città a Treviso in quel tumultuoso e barbaro periodo tra XII ed XIV secolo.
    Nei dintorni sorgeva un piccolo borgo, 'Villa Credacii', di misere casupole e capanne di legno, e la chiesetta di San Lorenzo. In questo castello, nel 1243, nacque Guicellone VI da Camino, suo figlio Tolberto II sposerà Gaia figlia di Gherardo, fatto citato pure da Dante nel Purgatorio. Nel 1300 il castello, e le vaste proprietà circostanti, ritorna, chiaramente non senza vicissitudini e 'guerre' feudali, ai Collalto. Rambaldo VIII Collalto vi dimora nel 1321.
    Nel 1413 divampa la guerra tra Ungari e Venezia ed il castello viene assediato e resiste tenacemente agli assalti di Pippo Spano, fiorentino, capitano di ventura al soldo degli Ungari, reduce dall'infruttuoso tentativo di assalto al Castello di Collalto. Alla fine viene espugnato e pesantemente saccheggiato e devastato con relativo corollario di violenze e stragi di soldati ed incolpevoli contadini.
    Seguono quasi seicento anni di completo abbandono e rovina, fatto di silenzi e sterpaglie, ma sempre circondato dal lavoro dei contadini e allietato dai vigneti, fino al restauro degli anni.

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